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Le origini di Sellia Marina
Sicuramente uno dei più antichi insediamenti della zona, Sellia vanta una storia illustre, che si intreccia, in molti punti, con le vicissitudini storiche di Taverna e Catanzaro. Assai controverse sono, però, le versioni storiche sulle origini del borgo, supportate, peraltro, da un’esile documentazione storiografica.
Secondo quanto scrive il Galas nella sua “Cronaca” del XV secolo, Sellia fu fondata, tra il IX e X secolo, da gruppi di profughi provenienti dall’antica città costiera di Trischene, i quali, per sfuggire ai terribili assalti dei Saraceni, si rifugiarono sul monte Sellion, la cui posizione rupestre garantiva una maggiore difesa contro gli attacchi nemici. Qui diedero vita ad un nuovo centro che chiamarono Asilia, da cui derivò poi il nome Sellia. A questo punto, però, prima di proseguire nel rievocare l’antico passato di Sellia, è opportuno aprire una breve parentesi riguardante la città di Trischene. Le vicende di questa città vengono illustrate, sia nella “Cronaca” del Galas del 1450 sopra menzionata, sia nella “Chronica Trium Tabernarum”, redatta dal canonico catanzarese Ruggero Carbonello, vissuto nel XV secolo, e riportata dall’Ughelli nel IX Libro della sua “Italia Sacra”. In tali scritti si narra che, al tempo in cui la Calabria era sotto il dominio dei Bizantini ed i Saraceni infestavano le sue coste, nel territorio compreso tra Squillace e Crotone, presso la foce dei fiumi Marvotrinchison (l’attuale Simeri) ed Aroca (l’odierno Crocchio), esisteva una città molto popolata, detta Trischene (dal greco “Treis Schenè”), perché composta dall’unione di tre centri abitati, in cui si trovavano tre chiese principali. La città si era ingrandita per una continua aggregazione di genti latine e greche. Fra questi ultimi, vi erano anche monaci itineranti giunti in Calabria, nel 726 d.C., in seguito all’occupazione araba della Palestina ed alla furia delle persecuzioni iconoclaste, volute da Leone III l’Isaurico, che aveva decretato la distruzione delle immagini sacre per purificare la fede da tentazioni idolatriche. Trischene divenne, ben presto, una ricca e fiorente città, favorita dalla posizione propizia sia ai traffici marittimi che terrestri. Questo grosso borgo, poi sede vescovile, fu distrutto dai Saraceni durante le loro incursioni lungo le coste calabre ed i suoi abitanti, esposti al pericolo della violenza e della deportazione, fuggirono verso le zone montuose e collinose in cerca di sicurezza. Qui, in luoghi fortificati e sicuri, lontani dal mare, vennero edificati dei nuovi centri. Fu allora che i superstiti della distrutta Trischene si separarono. I latini, guidati da Julo Catimero, si stabilirono in direzione sud-est, sul monte Sellion, dove fondarono Asilia. I greci, invece, si divisero: alcuni gruppi si fermarono nella media valle del Simeri, edificandovi un castello, che aveva una funzione d’avamposto, in quanto sbarrava la via verso i monti; altri, al contrario, andarono oltre, verso i boschi di Peseca dove, tra le montagne, costruirono una fortezza chiamata Taverna.
Sellia, così come Simeri, assunse ben presto, la funzione di avamposto difensivo sulla via d’accesso alla nuova città di Taverna. In quello stesso tempo venne fondata anche Catanzaro.
Molti insigni studiosi hanno dibattuto a lungo sull’effettiva esistenza di Trischene. Non v’è dubbio, però, che la città sia realmente esistita.Per ciò che riguarda il nostro caso, è pertanto probabile che Sellia sia stata fondata dagli abitanti di Trischene, sfuggiti alla sua distruzione.
Tuttavia, reperti archeologici, rinvenuti nei dintorni del paese, fanno supporre che Sellia esistesse già molto tempo prima della venuta di questi fuggiaschi e che la sua origine sia, quindi, di gran lunga anteriore al IX-X secolo. Infatti, durante una Campagna di scavi archeologici condotta, nel 1880, dall’ing. Giuseppe Foderaro, un appassionato di archeologia, fu ritrovata, nel burrone Pallara, un’ascia di bronzo di fattura greca simile e addirittura anteriore a quella recuperata nella valle del Coscile, dove era ubicata l’antica città di Sibari. Della suddetta scure, poi trafugata, manca tuttora, qualsiasi tipo di documentazione storica. In realtà, secondo una consolidata tradizione popolare mai, però, pienamente documentata, si presume che, nel luogo del ritrovamento, fosse edificato un piccolo tempio dedicato alla dea Pallade, da cui prese volgarmente nome il burrone, detto, appunto, Pallara. Pallade era, uno degli appellativi con cui era chiamata Atena, divinità dell’Olimpo greco, dea della sapienza e della saggezza, protettrice delle scienze e delle arti, nonché della città di Atena. Le erano sacri l’ulivo e la civetta e per tale motivo, in scultura ed in pittura è rappresentata con l’elmo, la lancia, l’ulivo, il serpente e la vittoria alata. L’ipotesi che Sellia abbia origini antichissime, è, comunque, anche confermata da quanto Giovanni Balletta scrive nel suo libro: “La Calabria nel suo periodo eccelso”. Leggendo un articolo della prof.ssa Enrica Fiandra, illustre archeologa appassionata di Creta, pubblicato sulla rivista “Le Scienze-American Scientific”, egli notò che il paese di Sellia appariva su una mappa degli antichi siti abitativi dell’isola di Creta. Successivamente, scoprì non solo che, in tutto il mondo, tale toponimo si può ritrovare soltanto in Calabria e a Creta, ma anche che il sito geografico di Sellia cretese combacia con la zona dove sono ubicati i due paesi di Sellia calabresi. Il legame affettivo che unisce lo studioso a Sellia, paese di origine dei suoi antenati di ramo materno, lo portò ad approfondire le sue analisi. I suoi studi gli permisero di individuare un sottile ma tenace filo tra la Calabria, detta anticamente Bruzio, Creta ed i Fenici. Tra il 1400 ed il 1200 a.C., si verificò una forte immigrazione di questi popoli mediorientali, che giunsero in Calabria, integrandosi con le popolazioni autoctone. La fondazione di Sellia potrebbe, dunque, risalire a questo periodo.
L’interesse di queste genti verso le nostre coste fu motivato dalla presenza di foreste di pino, il cui legno era essenziale per la costruzione di navi, vitali per lo svolgimento dei commerci e delle imprese militari. A ciò si aggiungeva anche la produzione della pece nera del Bruzio, cioè quel residuo catramoso, che si ottiene da un particolare modo di combustione degli alberi, e che serviva per sigillare i fasciami delle navi in legno ed impedire, così, che l’acqua entrasse nella stiva. Questi popoli trovarono, quindi, qui da noi un importante luogo dove fornirsi di materie prime da destinare al commercio internazionale e procurarono, nello stesso tempo, una ricchezza diffusa nella regione. Sulle colline pedemontane venne impostata, inoltre, la coltivazione intensiva dell’ulivo, dal momento che questa pianta era una delle maggiori coltivazioni in uso a Creta. Lo stesso culto dell’ospitalità, proprio dei Calabresi, accoglienti nei confronti dell’ospite forestiero, è, sempre secondo il Balletta, anche derivato dalla tradizione cretese. L’afflusso in Calabria dei Cretesi e dei Fenici risulta, comunque, chiaro ed evidente, sia dalla presenza di toponimi di derivazione cretese, sia dai ritrovamenti archeologici. I nomi di alcuni paesi calabresi, quasi tutti posizionati lungo la Calabria ionica, hanno, infatti, una forte assonanza fonetica con i siti mediorientali di Creta; mentre quattro esemplari di scarabeo, rinvenuti tra i sepolcri di Simeri Crichi e facenti parte della Collezione Foderaro, seppur di imitazione, sono di tipo fenicio o cartaginese. La fine improvvisa di questa evoluta e ricca civiltà cessò con l’avvento dei Romani, che avviarono un rapido sfruttamento delle risorse boschive della Sila e causarono l’imbarbarimento di una colta popolazione. E’ opportuno sottolineare che, per quanto le supposizioni dello studioso possano risultare ardite ed inedite, esse appaiono piuttosto interessanti per la ricostruzione delle origini del nostro paese.
Un’ulteriore conferma che il luogo fosse abitato sin dal paganesimo, viene da quanto riportato dal compianto arciprete di Sellia, Don Giuseppe Rosi. Egli rilevò che, sull’altare della chiesetta di S. Angelo, sita nell’omonimo rione, vi erano incise queste parole: “Hoc transiit Timotheus” (“Da qui passò Timoteo”). Timoteo, che visse nel I secolo d.C., fu propagandista della fede cristiana e discepolo dell’apostolo S. Paolo, che seguì fino a Roma, dove venne martirizzato da Nerone. E’ probabile che Timoteo sia effettivamente passato di qui quando S. Paolo sbarcò a Reggio, prima di giungere a Roma. Narrano, infatti, gli Atti degli Apostoli che S. Paolo, recandosi a Roma, approdò a Reggio, dove ebbe modo di fare i primi proseliti, i quali contribuirono a diffondere il Cristianesimo nel resto della regione. Della chiesetta e dell’iscrizione, oggi, purtroppo, non rimane alcuna traccia. L’indagine archeologica avrebbe potuto fornirci degli elementi utili sulla costituzione del borgo e forse diradare alcuni punti oscuri della storia più remota del paese, mentre oggi, l’impresa è pressoché impossibile a causa della dispersione delle fonti. A ciò si aggiungono le forti trasformazioni del territorio comunale, causate da calamità naturali quali terremoti ed alluvioni, che hanno completamente cancellato o ben celato le tracce di queste antiche testimonianze storiche, lasciando poche vestigia del glorioso passato di Sellia.